lunedì 27 giugno 2016

50 anni e ancora siamo in esso solo per la moneta! Mothers of Invention - Freak Out! (1966)




Non sono il tipo da ricercare sdrucciolose coincidenze e/o lanciarsi in disamine cabalistiche nello sforzo di trovare inconsueti punti di contatto tra date, anniversari, spegniture di candeline o puttanatine di tal sorta, ma gli anni vanno avanti e mi sto facendo sentimentale. Sarà pur vero che oggi Freak Out! compie mezzo secolo. Sarà pur vero che tra la mia nascita e quella del caro vecchio mandrillone dello zio Frank Zappa ci intercorrono, guarda tu, 50 anni esatti, e passi anche che il Satiro Baffone ha concepito e assemblato questo incommerciabile doppio lp a 26 anni*, e che all'incirca 26 anni più tardi il Generale Prostata se l'è portato via.
Un mucchio di 50 e 26, non trovate? Sentite qui.
26 anni li ho io oggi, mentre scrivo, e neanche a dirlo questo disco tiene testa meglio di me al sedimentarsi delle polveri del tempo e all'avanzare delle tlarìne (termine finemente tecnico della Bassa). Con il mattatore siciliota di Baltimora condivido, oltre a questa strana ricorrenza temporale, un eloquente nasone sopra la media e l'amore per  il pelame facciale, nonchè parte del nome di battesimo (e spero pure la nerchia, a quanto si dice delle virtù del compositore). Ciò che non condivido del tutto con gli zappofili è l'idolatria totale per questo disco in particolare. Ma andiamo con ordine, cari, che già sento il fuoco sotto i calzoni che manco Giordano Bruno.
L'uscita di Freak Out! segna il primo assedio allo status quo da parte dei Mothers of Invention, ensemble disadattata e sopraffina che purtroppo in breve si ritroverà ad essere poco più di un giocattolo sfruttato e bistrattato dal nostro baffuto tiranno, che sempre più li considererà alla stregua di turnisti-mezzadri-puttane da affamare per poi dar loro un ingrato benservito. Checchè ne dica qualcuno, Freak Out! non è il primo doppio lp della storia, e nemmeno della storia del rock (Blonde on blonde di Bob Dylan lo precede di un mesetto abbondante, poi chiaro che i Mothers se lo magnano con gli ossicini e tutto, ma non perdiamo il filo); non è nemmeno mannaggiaapadrepio l'album più rilevante nello spaventevole monstrum discografico che costituisce l'universo zappiano. Non è nemmeno nella mia top 10 delle uscite del mustacchione più velenoso d'Amerika.
Ecco, mò ho detto la bestemmiaccia. Permettetemi però che mi esprima: chi dice che si tratta del miglior lavoro di Zappa non sa quello che dice, oppure fa il furbo sperando di essere l'unico della tavolata ad essere andato oltre Tengo na minchia tanta, o ad aver ascoltato almeno un pelo di lanugine di culo della mole di roba che Uncle Frank ha espulso in poco più di un quarto di secolo.
Ora, dopo tutte le cose brutte che ho profferito sul suddetto disco, perchè rompo i coglioni per dedicargli un post? Semplice. Perchè questo grumo di follia solarizzata è stato, resta e (credo) resterà a lungo un capolavoro fatto e finito. Perchè, al di là dell'effettivo (ed elevatissimo) valore intrinseco dell'opera, da qui deflagra l'allucinante cavalcata che si dispiegherà in quello che di fatto è un inscindibile ammasso compositivo-sovversivo e che si snoda, grossomodo, fino a Uncle Meat (1969), delineando un corpus concettuale totale di 6 album (me cojoni!). E poco importa se, alla luce degli splendori che messer Zappa ha composto in seguito, di primo acchito questo disco pare un'accozzaglia di rumorismi spiccioli, vocine e sboratine weird-beatnik. Questo esordio è un diktat, è il semaforo verde per tutti i freak in ogni loro accezione; da quel giorno gli strambi, gli sbagliati rinchiusi nelle soffitte coi loro dischi monghi e i bragoni a scacchi hanno capito che non erano i soli a non andar bene a nessuno e, nonostante tutto, a ridersela di gusto; ecco perchè a mio avviso il NON adorare incondizionatamente Freak Out è non solo lecito ma necessario, oltre che perfettamente in linea con la filosofia dei Mothers, che già nel '67 sfottevano sagacemente gli hippie, la psichedelia oberante, la mania per i Beatles e in generale chiunque fosse portato al prostrarsi facile a ciò che facesse tendenza e/o fosse dotato di uno scarso senso dell'umorismo (atto d'acume di difficile comprensione soprattutto nel fervore alternativo di quegli anni). Questo è il seme dello Zappa-pensiero, e a quanto pare un mezzo secolo non basta per rendere questo punto ben chiaro.
Cosa debbo dirvi sullo Zappone per illustrarne al meglio lo spirito? A 26 anni Frank si era già ammogliato e divorziato una volta, fumava come un altoforno da almeno due lustri, aveva strimpellato la batteria in un gruppo di pachucos con delle facce da ergastolani, si era spaccato di Edgard Varèse sin dalla tenera età e gli aveva pure telefonato con i cinque preziosi dollari ricevuti per un compleanno, aveva mandato a fare in culo in un colpo solo spaghetti e cattolicesimo dicendo che non facevano per lui (per metà son d'accordo dio faust), si era dato al barbonaggio vivendo per quasi un anno in uno studio di registrazione e rubando in giro pane e sigarette per sopravvivere, si era (quasi) fatto saltare in aria i coglioni con la balistite, aveva passato le meglio giornate disquisendo del suo amato rhythm & blues con il futuro porcodidio di Captain Beefheart, era stato pure al gabbio per aver composto colonne sonore di pornazzi made in Cucamonga (reato federale in quel tempo e luogo), si era già pigliato la gonorrea almeno una volta, aveva interamente trasorformato il suo alloggio in una scenografia per un film di fantascienza mongoloide a budget zero e ci aveva vissuto così com'era per un annetto o giù di lì, in una notte aveva conosciuto e sedotto la futura seconda moglie Gail (discreto pezzo de fémmena perdipiù) nonostante fosse un cazzo di cristone denutrito che non si lavava da grossomodo 4 mesi e coi baffi che sapevano di burro d'arachidi...
E potrei dirne altre, e solo per quanto riguarda lo Zappa pre-Freak Out. Ma alla fine ritengo che Zappa vada scoperto come i rasponi: da soli, adagio, come qualcosa che inconsciamente si crede non vada fatto ma che attira misteriosamente, e soprattutto nella massima comodità.
Ad ogni modo, penso che sia passato il concetto che questo tizio qua era dinamite a trenta chilometri di distanza, questo pisciava in culo con l'imbuto a chicchessia, niente cazzi.
Ecco, dentro questo zuppone di Freak Out si respirano un po' tutti quegli aromi dell'essere uno squisito outsider tra gli outsider e, fidatevi, in questa scodella c'è di che lordarsi il grugno. Chissenefotte se è uno dei tasselli zappeschi che riascolto meno volentieri, è comunque un imprimatur che conta pochi suoi pari all'interno del contesto culturale sessantiano tout court, e questo merito va oltre il semplice 'essere un disco fondamentale'.
L'esordio discografico più audace, farlocco e scalcinato della storia oggi compie mezzo secolo, e io sacrifico un bel vitellozzo alla sua memoria. Fumate, chiavate, lamentatevi e praticate la misantropia, al buon Frank farebbe un gran piacere.

Il vostro lontano parente del Thing-fish
Zio Carne

[* in realtà i 26 li doveva compiere a Dicembre, però suggetemi anche un po' il banano]

Mothers of Invention - Freak Out! / 1966 / Verve Records - MGM Records

venerdì 10 giugno 2016

Propongo un brindisi al mio autocontrollo

Scusate la mia lunga assenza, amici e nemici. Il problema è che entro ed esco dal carcere in continuazione e là non mi permettono di utilizzare un computer, tantomeno internet. Perciò…
Oggi mi farò perdonare. Parlerò di un gruppo il cui nome è tutto un programma, come si suol dire.
MORPHINE
A parte essere una delle mie sostanze preferite con la quale solitamente faccio del dolore un piacere, è anche il nome di un gruppo formatosi a Boston nel ’90. La particolarità di questo trio è racchiusa negli strumenti utilizzati e, di conseguenze, dalla musica che ne esce.
La formazione vede infatti il contributo magnifico di un basso senza tasti e a DUE corde (GENIALE ORCO DIO!!!), sax baritono e batteria.
Vedete, non possiamo imprigionare i Morphine in etichette quali Low Rock o quel che volete, come qualche figlio di buona donna ha cercato di fare. Lo stesso frontman, Mark Sandman, alle varie domande giornalistiche stile Qual è il vostro genere? rispondeva con riferimenti surreali e apparentemente senza senso come Baritone Exprience (in riferimento a Hendrix) o Grunge Implicito. E io dico... Quanto CAZZO era geniale? CAZZO. E sfuggente. Forse una delle poche persone che non aveva tutto ‘sto bisogno di definirsi con etichette.
Possiamo comunque supporre, per facilitare le cose, che l’utilizzo del sax baritono dà ad alcuni pezzi l’aria elegante del jazz, ma che il basso da parte sua spazza via con i suoi slide tutti i virtuosismi-cagata che ci si potrebbe aspettare dal jazz con delle grattate blues prolungate sfumatamente dalla voce calda e piuttosto malinconica di Sandman.
L’album che vorrei consigliarvi è Cure For Pain comunque. Uscito nel ’93. Tredici tracce. La prima direi che è un’apertura perfetta. Rispecchia paesaggi desolati, che ne so, vecchi tristi e sdentati, bambini feriti, faccio vagare la mia fantasia malata fin a che… non inizia la seconda e meravigliosa traccia, la mia preferita dell’album: Buena. Suadente, compare la voce di Sandman, molto dinamica, mai cattiva e con parole pronunciate in modo strano, come se avesse i denti scheggiati. CHE FIGATA È?! E poi, nel rit. il sax fa un giro veramente sfacciato che riempie il pezzo di personalità senza eccedere e senza coprire mai la batteria, talmente leggera che sembra che Deupree la stia suonando con due stuzzicadenti.
I’m Free Now, pezzo che trovo onesto e trasparente. Soave… Come se fosse stato fatto per danzarci sopra fino a che non inizia All Wrong, che merita già solo per come inizia, con She had black hair like ravens crawling over her shoulders. FIGATA MAESTRA.
Candy, canzone ipnotizzante. Il sax che segue la voce, la voce che segue il sax. Ascolti questo pezzo e non capisci più niente.
A Head With Wings, Sandman era convinto di avere una testa con le ali e di vedere lontano. Aveva ragione a quanto pare. Ridondante ma non stancante il giro di basso, canzone alleggerita dall’assolo di sax e poi Sandman che torna a sostenere di avere la testa con le ali. Chiusura degna di nota, da locale jazz per grandi signori segretamente viziosi.
In Spite Of Me, FIGATA COLOSSALE. E qui compare il signor mandolino che rende il tutto adorabile e leggero. Sembra di volare insieme a Peter Pan nei cieli sopra l’Isolachenonc’è. Tenerissima questa canzone, mi fa VERAMENTE rammollire.
Thursday è la seconda mia preferita anche se… come dicevo In Spite Of Me è veramente BELLA. In Thursday il basso è talmente grattante e cattivo che te lo fotteresti (nel senso che volete voi). E la chiusura ragazzi è l’apice orgasmico che non ci si aspettava, come se i Morphine avessero perso ogni briciolo di pazienza e avessero deciso finalmente, dopo innumerevoli Thursday Thursday Thursday, di venire. Il sax che impazzisce diventando acutissimo e il basso che chiude come una tempesta quello che è sicuramente il pezzo più sexy dell’album.
Eeeeeee inizia così la traccia che dà il nome all’album, nonché quella che contiene una delle frasi più figherrime di tutti i tempi, I propose a toast to my self control. Questo pezzo forse è il più malinconico, sia nel testo che negli pseudo arpeggi eseguiti dalle dita calde di Sandman sulle sue adorate DUE corde. Bello l’effetto stonatissimo nello stacchetto pre-rit.
Mary Won't You Call My Name? pezzo musicalmente allegro, con una vena country. Solo a me ricorda un po’ Elvis quando la musica si ferma, eccetto il charleston, e Sandman ripete Mary Won't You Call My Name?
Let's Take a Trip Together, suadentissimo pezzo. Sembra di sentirlo in lontananza, anche se te lo spari nelle orecchie, dio cane. Che magia. Mi piace assai questo pezzo. Quella specie di bending che Sandman fa con il basso è come un rintocco incessante che ti accompagna mentre cammini con la tua croce sulle spalle… O con la scimmia, dipende da come uno prende la vita. Questo pezzo mi uccide. È BELLISSIMO. Voce ecoica… Sospiri… Sandman sicuramente sa come fare a portarsi a letto una o più donne.
E poi parte Sheila… che sembrerebbe parlare di una che si chiama Sheila e ha un gatto su cui esercita un grande potere. In realtà sospetto ci sia sotto ben altro. Pensateci, stronzi! Mica vi devo dire sempre tutto io.
E alla fine arriva Miles Davis’ Funeral. Minimale. Con la comparsa delle percussioni. Di una delicatezza infinita. Il disco così come è partito se ne va in modo fugace lasciandoti, devo dirlo, l’amaro in bocca. Un po’ ti ammazzeresti, perché è bello. Perché è suadente (oggi sto chiaramente abusando di questo termine). Perché è sensuale. Perché è triste. Perché è.

Ascoltatelo e non uccidetevi. Dovete prima ascoltare anche gli altri.

P.S. Sarebbe stato troppo banale parlarvi della fine dei Morphine. Ma sappiate che è una gran fine.


Con varia ed eventuale morphina in corpo,
Ljapah sfuggita alla gattabuia




Morphine – Cure For Pain / 1993 / Rykodisc



giovedì 2 giugno 2016

Pleonasmi vol. I, Pierrot Lunaire - Pierrot Lunaire



Beh beh beh, una volta in Italia si sapeva suonare, ed è anche una considerazione del menga dato che anche oggi si sa suonare. Più difficile è contestare che gli anni '70 siano stati un periodo godereccio per questo paese, però sinceramente non mi tira il culo di elencare alla rinfusa la pletora di gruppi di qualità sbocciati in quel decennio, fate vobis. Questo disco è stato recensito urbi et orbi da gente molto più competente di me, sulla rete e sulla carta (Gaboli e Ottone, 2007), quindi che posso dire? Mancano quasi le percussioni, il che contribuisce a renderlo un lavoro molto dolce e fiabesco, insieme agli stupendi dialoghi tra synth, piano e chitarre acustiche. Poi grazie alla nerchia del Roberfrìppo* che è un gran bell'album! la roba più moscia di allora fa sembrare la roba di oggi stallatico al gelsomino.

In mutande, con un'erezione settantiana
Sancio Mattanza

* v. catabasi e anabasi dello Zio due recensioni fa

Pierrot Lunaire - Pierrot Lunaire / 1974 / It

"Hana mana ganda / Perchè lui dice augh?" Nechochwen - Heart of Akamon


I pellerosse mancavano, devo dirlo.
A voler essere fiscali c'era già stato qualche tentativo, ma al momento mi vengono in mente solo i Blood of the Black Owl usciti sempre sotto Bindrune Recordings (la stessa che ora ha sotto contratto i Panopticon) e i precoci – orpo, era il '92! – Xibalba, che però cianciavano di Maya e affini. 
Ero partito ben disposto nei confronti di quest'album per via di un entusiastico commento, letto chissà dove, di A. Lunn (il signor Panopticon) il quale deve aver disegnato anche il logo dei Nechochwen. Beh, in effetti il nostro duo, oltre a saper scegliere una copertina, dimostra una padronanza notevole nell'accostare un folk (non così spiccatamente indiano, invero) e un black assai brioso e mai anusofsatancvlt. Le sonorità non sono innovative se si vuole, ma hanno una freschezza di composizione e arrangiamenti notevole. Grazie a repentini passaggi tra un movimento musicale e l'altro Heart of Akamon si conferma come un disco particolarmente riuscito, che se mi son disturbato a recensirlo vorrà pur dire qualcosa dio efebo.
Entriamo un poco di più nel merito della musica: a uno scream dignitoso si accostano un cantato pulito e cori vari che strizzano l'occhio ai fasti norvegesi, il che non guasta mai; le chitarre, – degne di nota – a volte hanno accenti che ricordano quelle dei Drudkh, come nel riff che parte verso la metà di "Lost on the Trail of the Setting Sun", altre volte si avvicinano ai lavori degli Agalloch o dei Panopticon, ottenendo tuttavia dei risultati originali; la batteria ha un'architettura armonica, niente blast beat a cazzo di cane nascosti dietro ogni angolo, ma quello che ci vuole quando ci vuole. Sporadicamente compare pure un flauto costipato (altri direbbero "minimalista"), ma considerando che lo suona il chitarrista cantante compositore glielo si può condonare come peccatuccio veniale. 
Menzione di merito va ai testi, assai pregievoli, incentrati su cultura e peripezie varie dei nativi americani. Nel libretto ogni canzone ha il suo bel spiegone, che in genere se lo potessero ficcare nel baugigi, ma stavolta no, ci sta, come una ghirlanda di scalpi all'entrata di un tepee.
Tirare le somme è semplice. Heart of Akamon si affida a un tema in larga misura innovativo per il black (anche per quello made in Cascadia) e lo sviluppa bene, seguendo una parola d'ordine: varietà. Ed è difficile stufarsi di andare su e giù per le rapide di questo album, intervallate da trip sciamanici e assalti a rotta di collo ululando a Manitù.

Danzando intorno al fuoco con Giglio Tigrato, il vostro
Sancio Mattanza

Nechochwen / Hearth of Akamon / 2015 / Bindrune Recordings

giovedì 26 maggio 2016

Scene da un'apocalisse con polli al puffo. Dreadnought - Bridging Realms




Interno giorno. Area living della redazione di Metalzov. La radio barrisce del cybergrind uzbeco a volumi incommensurabili. Ljapah è indaffarata a stirare delle corde di basso; Sancio è svaccato sul divano con una mascherina sugli occhi, lo scroto a bagnomaria in una bacinella. Tra capo e collo, un wormhole si spalanca proprio sopra il tavolinetto poggia-scarponi, vomitando fuori uno Zio Carne sconvolto e ricoperto di una colata di pseudo-liquido amniotico che ricorda mozzarella filante blu. Il fracasso sveglia l'intero palazzo, nel dubbio esplode qualche stielhandgranate.
Sancio, senza muovere un muscolo: "Bomba in buca"
Zio Carne, semi-incosciente, grattando via dei cristalli di meth dalle sopracciglia cespugliose: "De-de-devo...abbattere gli Stuka con la Flak?..."
Ljapah: "Eccolo il magnifico lavativo! Ti sei ripreso la tua tessera dei Pantagruelisti Anonimi? Dicevi che era rimasta nel cestello della lavatrice..."
(A Zio Carne parte un flashback a tradimento...)

Lo Zio sta ravanando tra gli avanzi mefitici di un altro dei famosi lavaggi a secco dell'unica lavatrice in dotazione ai membri del Collettivo, negli occhi iniettati di sangue si legge la sofferenza che neanche uno sbarbo alle prese coi primi reggitette. Sta cercando come un disperato la sua tessera, stasera ha l'incontro coi Pantagruelisti Anonimi e non può far tardi; inoltre lungo la via del parchetto ha in programma una transazione con Zlatko, quindi c'ha giusto un po' di scimmia addosso. Di colpo, forse un cortocircuito tra un paio di boxer rancidi e il suo mignolo di ottone, patapìm e patapàm ecco che il poveraccio si trova catapultato in una Realtà Ulteriore. Si guarda intorno. Sta sgambettando dentro una specie di situazione fluida, circondato da luci soffuse, coralli, munghi e chissa cos'altro; una musica grave e magniloquente pulsa in sottofondo, come se la si sentisse da dentro un acquario. Davanti alla magnitudine dell'evento, Zio Carne biascica un timidissimo Cristobastardo ma, con grande stupore, la sua bocca emette pietruzze fluttuanti e meduse bluastre. "Oh, ma dove stiamo, a Brechinbèd?!" farfuglia.
Una figura lo contraddice, emergendo dal nulla oscuro. Lo Zio sa chi è, anche se non l'ha mai visto. Lo ha sognato, cercato per tutta la vita; egli è l'entità maestra che plasma, forgia e sovrintende ad ogni forma e paradigma di Musica Progressiva, il possente Roberfrìppo.
Roberfrìppo: "Carne, cosa combini? Qua io lavoro, non hai di meglio da fare che violare il principio di indeterminazione ad mentula canis? ...non dirmi che hai deciso di metterti a lavorare?! No, quell'eventualità sfuggirebbe a qualsiasi calcolo quantistico..."
Zio Carne: "Bèh, mi pare il minimo!" al che si prostra, quasi dimentico di chi ha di fronte. Nota che un curioso agglomerato orbitante descrive anelli intorno alla ragguardevole creatura, un ammasso di cosmic debris composto di strumenti a fiato alla rinfusa, batterie, arpicordi, nastri magnetici, clarinetti e bassi elettrici, marimbas ricchi premi e cotillons.
R: "Avrai capito che in questa piccola sacca dimensionale io sperimento, assemblo, sì, io progetto i gruppi destinati a innovare il panorama sonoro e a scuotere le menti di voi poveri sacchi di guano, così che pure tu e quei due fagiani dei tuoi colleghi possiate fregiarvi di conoscere dischi con le controballe..."
ZC: "Maestro, noi siamo solo umili oracoli...In qualche modo sapevamo di doverti qualcosa"
R: "Corbellerie! Siete una masnada di pomposi falsi modesti mangiamerda che si sentono qualcuno perchè credono di essere gli unici ad apprezzare i Njiqahdda o lo psych-black o minchiate del genere! Chi credi che abbia pensato tutti i sottogeneri più genialoidi e le fusioni più interessanti da più di quarant'anni a oggi? Moi! Gong, Tool, Mastodon, Olivia Tremor Control, Hail Spirit Noir, Goat (promettenti ma è finito in un meh), Boris, Camembert (quelli sì che erano indisciplinati, cristo, avrei dovuto rottamarli subito), Kayo Dot e via discorrendo... è opera mia, coglione!" (schiocca le fauci tremende e fa una pausa, rabbonendosi) "Ad ogni modo, quaggiù ho di rado occasione di far conversazione, e Gomorra non esce prima di martedì, quindi... Vuoi vedere su cosa sto lavorando ora? E' una cosa grossa..."
Estrae da un paravento dei corpi umani muniti di strumenti, quasi assemblati del tutto.
"Dreadnought! (esplode una piñata in lontananza) I membri sono quanto di più diverso esista, proprio come nelle meglio cumpe: una biondina goth-blackster integata coi culti silvani che si divide tra chitarra e flauto traverso e canta in harsh; un batterista che pare il cugino unto di Shaggy di Scooby-doo che si diletta col sax e va matto per Chick Corea; un bassista-mandolinista a fenotipo stoneroide con la maglietta dei Moonsorrow; e per finire...tastierista semi-ispanica paffutella piena di ferraglia in faccia con una vocina angelica che diocan lèvati! E la musica, minchia... Atmospheric-doom-folk-black-prog-stracazzifumanti come non l'hai mai sentito! In base al mio progetto hanno già un'uscita all'attivo (Lifewoven, del 2013), ma il loro secondo LP Bridging Realms alzerà l'asticella di parecchio per chiunque voglia fare un genre-melting che si rispetti. I crescendo carezzevoli, i paesaggi ipnagogici, le ciclicità sapienti per chi sa aspettare, i contrappunti complessi, la composizione multistratificata, zero virtuosismi sboroni... Caos creatore, dolcezza, citazionismo il giusto e tanta adorabile stramberia. Come un abito rivestito internamente di polipi vivi. O come un pollo che al primo morso ti accorgi che sa di puffo. Mi spiego?" 
Mentre la mastodontica entità scandisce le parole, l'intero album viene innestato nella mente di un incredulo Zio Carne.
ZC (con le lacrime agli occhi): "E'...una figata allucinante. E' tutto vero?"
R: "Meglio ancora, è tutto fottutamente in regola. Solo che..."
ZC: "...Che?" mormora, rapito dall'annunciazione del Maestro.
R: "...è che i tempi ancora non sono maturi, rischio di smollarli giù in un pantano che non sappia dar loro la gloria che meritano. Serve ancora un annetto o due di fermentazione avant-garde che spiani loro la strada. Per ora li tengo in formalina così non si rovinano"
ZC: "Peccato"
R: "Già"
ZC: "Hei scusa, se tocco questo cosa succed-"
R: "Guai a te!"
(la fucina del Roberfrìppo esplode in un marasma di polvere fucsia, brandelli di spartiti, vapori e pezzi di strumenti musicali a cazzo)

Lo Zio ora ricorda. Ljapah e Sancio lo stanno guardando perplessi. Poteva essere stato solo un mega-trippone dovuto al cortocircuito? Se sì, da dove veniva quella pozza di magma bluastro che ora occupava gran parte della redazione? Il varco dimensionale si era riaperto solo per lui, vero? ...Ha un terribile presentimento... Deve controllare una cosa, e in fretta.
"Dammi il computer, Sancio!" Non dovrebbe essere successo, no, si dice... Sull'orlo del panico digita D R E A D N O U G H T, pigia nella barra di ricerca...
e sbianca.
Bridging Realms è uscito un anno fa. C'è tutto. Sito, recensioni sparse, pagina ufficiale facebook. 3028 likes. Diocane è vergognoso! Ne meriterebbero cento volte tanto, per dirne una!...Ed ecco che ricorda le parole del Roberfrìppo: i tempi non erano maturi, forse...
"Ho fatto un casino col merda di tessuto dell'esistenza, dio bestione" balbetta "Ho fatto uscire il disco! E il Roberfrìppo è saltato in aria col suo laboratorio...non c'è più speranza!"
Sancio e Ljapah si sono già rotti il cazzo e hanno ricominciato a distillare del genepì nella vasca da bagno. Zio Carne nota sul pavimento una lettera che, prima dell'esperienza nel wormhole, non c'era. Legge.
"Caro Carne,
se i miei calcoli sono esatti sei nel tuo salotto nel 2016 e stai rosicando perchè quasi nessuno si incula i Dreadnought; in seguito alla tua marachella, il disco è stato catapultato anzitempo nel tuo schema gestaltico, e il mio prezioso laboratorio è andato perduto. A parte ciò e il tuo nome, non ricordo nient'altro. C'è poco da fare. Volevo solo farti sapere che sto bene, mi trovo nel 1969 in quella grossa isola a nord della Francia di cui mi sfugge il nome adesso... Fatto sta che qui mi faccio chiamare Robert, ho imbracciato la chitarra e sto registrando un disco niente male con degli amici, stiamo pensando di intitolarlo tipo La corte del Re Cremisi o qualcosa di simile..."
Porco il Grande Giove...
Zio Carne pensa bene di eliminare con l'accendigas ogni prova dell'accaduto (o di ciò che dovrà accadere, s'intende), dopodichè si accende una paglia con l'ultimo frammento dell'epistola e stappa una kwak con le palpebre. A volte è fantastico trovarsi nel posto giusto in un momento a caso.
E poi, cioè. Marty McFly je fa 'na pippa.

Il vostro maestro dell'eterno ritorno
Zio Carne

Dreadnought - Bridging Realms / 2015 / Sailor Records

domenica 15 maggio 2016

La demoiselle d'Ys e lo sborrabraghe: Divers (2015)


Zio Carne, preoccupato: "Regaz, hanno di nuovo mandato una guardia. Voci affidabili giù in osteria. Hanno intercettato il messaggio radio dall'idrovolante.."
Sancio: "Merda madonna, è la terza volta in due anni! Chi gli fa le soffiate a quelli là giù sulla terraferma?!"
ZC: "Non so Sancio, ma qui son sempre più sospettosi, sta diventando impossibile continuare..."
S: "E cosa dovremmo fare?! Recensire dischi non porta di certo la mortadella in tavola"
ZC: "Lo so pure io, ma d'ora in poi i sacrifici umani li si va a pescare fuori dalla provincia, orco dio, e poi mi permetterei di dire che non vale più neanche lo sbatti ormai...con tutti sti genitori nazi-vegan che tiran su i creaturi a quinoa e semi di zucca, cosa vuoi che mettan su della ciccia! A parte che i mocciosi si stanno facendo furbi, e l'attrezzatura che ci hai procurato è obsoleta.."
S: "Senti un po', è colpa mia se i retini si son rovinati? E' che appena mettono i dentini quelli là si liberano, dio nano.."
Ljapah: (sbuffando e appoggiando con veemenza il theremin che è intenta a lucidare): "Meno male che avevo già preparato il finto annuncio di scomparsa valà, che se aspetto voi..! Campa cavallo" 
Sancio e Zio Carne hanno un'impasse; avevano già estratto due morning star dai calzoni, ma si placano e rinfoderano il bendidio nell'apposito sospensorio. 
S: "...bbèèh, questo ci regala un po' di tempo!"
L: "Dall'anno prossimo però basta spring break alle Ebridi eh! Con sto clima ai miei theremin viene la depressione"
ZC: "Accordato, orsù! E adesso... -(con un ghigno malvagio, subito imitato dagli altri)- penso sia ora di apprestarsi a ricevere il nostro visitatore, non trovate?" 
S: "Ohssì, il profumo del calendimaggio..."
L: "..Chi prepara l'Uomo di Vimini?"
ZC: "Corro a prendere il vinavil!" 
Rumore di fondo di attrezzi da lavoro.
...


Uno dei pochissimi ma proprio -issimi album che continua a rifulgere nella catastrofe umana und discografica che ormai bracca sempre più da vicino i miei poveri coglioni agonizzanti per ghermirli nel buio è quel gioiello di Divers, dato alle umane stampe l'altr'anno da quella simpatica cobolda della Joanna Newsom (che tutt'ora spero incappi, grazie a qualche falla nel sistema, al mio account whatsapp e si innamori istantaneamente di me, mi rapisca, si prenda il mio corpo di prepotenza e mi suoni l'arpa sulle palle ogni notte vita natural durante, nell'ordine che preferisce).
Tutt'altro che una pischella dal punto di vista artistico costei: i suoi precedenti lavori, specialmente quel gemmone di Ys (2006) l'avevano già catapultata nell'iperuranio dei nomi più fenomenali della sua generazione... Ma in Divers la nostra songwriter druida riesce ancora di più a toccare corde interiori che credevo incartapecorite, lasciate a macerare e non più titillate da troppo tempo affinchè ne avessi ancora memoria. E dire che gli ultimi anni ci hanno abituato anche bene per quanto riguarda la nuova ondata autoriale pop-post-indie-folk-(epperchènnò)metal al femminile, e tra le varie Julie Christmas, St.Vincent, McKennitt, PJ Harvey ecc. c'è di che salivare e vellicarsi gli sfinteri... Ma, di questa leva, la Newsom è l'unica ad avermi estasiato a tali livelli. Con Divers si va oltre l'insperato, si puccia il grugno dritto in queste diocane di ballate proto-folk, ispirate e magnetiche, che si collocano ad un preciso crocevia etnografico tra le chilometriche composizioni dal sapore madrigalesco del decennio precedente (parlo ancora di Ys) e pallide rimembranze folk ed elettriche very british dall'aroma seventies, il tutto impiastricciato e tenuto insieme mirabilmente da una tortuosissima vena pop o indie che dir si voglia. Cioè dioporco, il fatto che nel complesso questo pastiche funzioni ha del miracoloso. In un decennio che ti obbliga a scegliere tra musica mainstream di merda, musica sentimentaloide-folk-ritrovata di merda (Mumford & Sons trololol ma checcazzo mi fate venire in mente diostronzo XD) e musica indiemerdoide di nicchia di merda, io questa Joanna Newsom non riesco a capire da quale maelström è uscita fuori. Tranqui funky lei smanetta la sua arpa e ti esce sto disco e bam!, caga dritto in bocca a chiunque oggi dovrebbe, in base a ragionevoli aspettative, dilettarci e farci affiorare emozioni tramite la musica. Divers è a dir poco una delizia. Microcosmi sognanti, melodie allo zucchero filato, squarci di insospettabili riff proggheggianti, baccanali di flauti, celticità filante a pacchi, e la voce meravigliosamente ipnotica della Newsom, capace ora di soffocarti in uno squirtone di melassa e subito dopo di trascinarti a ballare con lei la quadriglia in una bolgia di faeries in botta chimica da loto, e un attimo dopo ancora stai recitando litanie su una scogliera con indosso una tunica e un teschio di manzo... Tutto ciò fuso in un amalgama che riesce sapientemente a sfuggire allo spauracchio del derivativo e ci ricorda, soprattutto, che finalmente le nostre amiche di merende con la passerina pelosa si sono affrancate dagli ingombranti cappottoni delle solite ultracitate Patti Smith e Kate Bush e Tori Amos e porcodio era ora. E ciò fa davvero sperare bene per il futuro della musica (una volta tanto) non smaccatamente estrema. O avantgarde, o di frontiera, o come cazzo ve pare.
Cosa state aspettando ancora?! Riempite lo zainetto di paganesimo, spolverate il flauto di pan, imbracciate di nuovo il vostro falcetto e salpate alla volta delle coste di Ys, e poi giù tutti a accoppar cristiani e a scoparvi gli alberi insieme a noi, cribbio!

Il vostro adepto di Nuada
Zio Carne

P.S. ...Ah, il perchè del titolo? Bè, per chi non lo sapesse, la bella figliola è sposata con costui. Dai che lo conoscete teste di sborra

Joanna Newsom - Divers / 2015 / Drag City

lunedì 18 aprile 2016

The importance of being Pierpaolo, ovvero Il Teatro degli Orrori - ITDO(ccan) (2015)





Lasciate stare gli Slint dio mostro

Il vostro inalberato
Zio Carne
















P.S. Ça va sans dire che se non avessi letto Slint nella tracklist manco ci avrei messo il muso in questo guazzabuglio, e vi sareste risparmiati un minchia di articolo. Dice il saggio: "Quando il maccarone provoca l'Alberto Sordi..."
P.P.S. Qua siamo in territorio di alto tradimento. Appare con dolorosa chiarezza che d'ora in avanti ci conviene a tutti fare ammenda e recuperare ben altri Pierpaoli che hanno davvero fatto la storia della cultura del nostro Paese.
P.P.P.S. Sì, lo so, è troppo facile la rece di una riga e il far sfoggio di un'ermeneutica così pedestre, superficiale e odiosa nel suo voler essere fintamente sagace ma hei!, queste caratteristiche calzano a pennello anche al disco in questione!
Al Teatro va comunque il plauso di essere riusciti a confezionare un prodotto capace di farmi venire la schiuma alla bocca.
Nelle pause in cui non mi stava ridendo il cazzo.
E niente, cosa volete che dica davanti a sta sbobba? La recensione si ferma qui, perchè questo disco è privo di qualsivoglia nobiltà, grazia, acume, poesia, è pappone riscaldato della peggior risma, non ha pressochè un cazzo da dire; gli strumenti (forse il vero tratto vincente sin dal primo disco ma oh, ero un pischello e mi lasciavo trascinare dalla cultura della ddddròca & dello sballo facile), gli strumenti, dicevo, qui si limitano a fare le foche ammaestrate su un guazzetto di carambolate retoriche spippettone emesse da un Capovilla ormai fuori controllo, del tutto divorato da una psicosi di protagonismo che ogni particella dell'album sommerge, òbera, vitupera, inaridisce, raffredda, sterilizza - cosa gravissima per un progetto che in partenza faceva così preponderantemente leva su una furia, su un pathos, su un sound sanguigno e acre che nell'anno del Signore Cane 2007 ci scompigliò gli scroti e ci diede un'imprevista scoppinata generazionale, insomma vi ricordate che Dell'impero delle Tenebre fu quasi come toccare la passera per la prima volta no? [e metteteci un 'quasi' grosso quanto il wannabismo del Capovilla] ...Qua niente, la spocchia traspira incontrastata e impesta ogni anfratto, avvelenando pure gli spunti più genuini e/o godibili (ma ops!,in questo caso non ce ne sono). Quindi ripeto: basta, non vado oltre, non spreco più fiato per un album che non fa altro che pontificare sul cazzo e sulla merda, riproponendo un suono purtroppo stantio, spostando giusto due pilucchi qua e là dai riff degli sfavillanti esordi, dispensando occhiolini e propinando una replica insipida e per di più inutilmente (ah, l'ironia!) convertita in semi-zarra (gli effettini elettronici della minchia sono imperdonabili, mi dispiace ma propio 'un gliela fo), un pallido e astenico facsimile di ciò che in passato il supergruppo aveva dimostrato di saper tirar fuori. Ci troviamo al cospetto dell'equivalente artistico di una rapa in coma farmacologico; questo album è anemico, diafano, smunto, un nanerottolo sinistroide saputello che si dimena agitando davanti a sè un gran mascherone variopinto di spirito alternative, ma che in realtà parla solo a se stesso e che non mira ad altro che a ingraziarsi i soliti elogi dell'onnipresente intellighenzia italo-indie-letame. La quale ringrazia e applaude, e giù il grugno nel consueto piatto di zuppa alla merda al microonde. E' questo che mi da fastidio alla fin fine: l'operare su se stessi un programma di banalizzazione e svilimento della propria arte mascherandolo da consapevolezza della propria maturità artistica e sborate affini, portando avanti il tutto con un'ingenuità e una sfacciataggine che davvero mi lasciano basito. Ancor più incredibile, se si ragiona che il suono à la Teatro degli esordi è uno di quelli che non conta praticamente emuli nè scopiazzature eclatanti dal 2007 in poi: erano rimasti una felice eccezione, ma è venuto a mancare qualcosa, coraggio e rabbia prima di tutto. Sono riusciti nella dura impresa di autoinflazionarsi (italica musica docet); se siete stati amanti del gruppo in esame tanto quanto il sottoscritto capirete bene di che sensazione parlo. Dove una volta vedevo amore e struggimento e furia e urgenza poetica ora vedo pigrizia, cocchi. E attitudine da omini sentenziosi.
E io le mani le tengo in tasca, dove non c'è rischio che battano.
E dovevate lasciar stare gli Slint.

Ora vi saluto stronzini, stanotte sono di turno a far la guardia in redazione e già sento grattare nei condotti dell'aria, vuoi vedere che il Ba'al Shem Tov si è di nuovo aperto un varco nella gabbietta.
Ah, e un bel    P O R C O D I O    a tutti, che oggi s'è stati a dieta!

Il Teatro degli Orrori - ITDO / 2015 / La Tempesta Dischi