venerdì 30 settembre 2016

Non drakkar, ma triremi! Macabre Omen - Gods of War - At War


Quando mi decido all'ingrato compito di dare l'antitarme al Chirone impagliato che teniamo nel boudoir della redazione, un caro ricordo di un safari in Arcadia, ma ora non lo si può più vedere: la parte sopra ricorda un lebbroso, la parte sotto beh...lasciamo stare... a ogni modo, si diceva: mentre striglio l'oscena carcassa mi convinco spesso che gli elleni, sotto sotto, se gli dicessero che i persiani sono alle porte non ci penserebbero due volte a smettere di usare l'ὅπλον come portafrutta e tornerebbero di corsa alle Termopili (e a incularsi).

L'album dei Macabre Omen ne è la degna prova. Non è facile in generale rigurgitare del Black di stampo epico che non sciolga le palle, inoltre è un sottogenere estremamente facile a saturarsi dato che, a meno di non usare massicciamente i synth (Summoning, Nazgûl, Caladan Brood, ecc.), ci si riduce a riff, arpeggi, ritmi e strutture che sono sempre quelli di ascendenza bathoriana, portati a una canonizzazione tnbm dagli imprescindibili Hades, e in parte innovati dai Moonblood.
Quest'album rivoluziona? No. È un problema? Mai stato! per questo genere, almeno. La musica dei nostri, originari di Rodi, strizza continuamente l'occhio alla Scandinavia ma lo fa dosando eccelsamente i tempi: vira di frequente da un cadenzato e marziale incedere a stacchi più rapidi e violenti, e non disdegna di abbracciare ritmiche danzerecce pagane. Per di più il disco avvampa di urli lancinanti a là dsbm, narrazioni corali e growl da battaglia, evitando per quanto possibile (data la dinastia di appartenenza) di essere prolisso. Ecco perchè, nonostante i numerosi rimandi di scuola, l'album è di una freschezza sorprendente, anche se forse non raggiunge i picchi di Meridies dei palermitani Legion of Darkness. Non mi tira il culo di Non avrebbe molto senso recensire traccia per traccia: sono tutte sopra la media e danno l'dea di fondersi tra loro come il sangue e la merda al lacerarsi degli intestini.
Devo avvertire però che deve piacere il sottogenere: se dico The dawn of the dying sun dovete per lo meno averlo barzotto, altrimenti può essere che Gods of War - At War faccia l'effetto di un pugno di Leonida che cala impietoso su di uno scroto incautamente appoggiato sul tavolo. O del seguito di 300.

Siccome è ora che vada a prendere lo sturalavandini, che principia il vero lavoro, lascio lì con le digressioni e vi abbandono alla cupa notte dell'anima da cui (aveva torto fra' Giovanni) non si esce, mai. Καληνύχτα.

Inzaccherato da innominabile icore,
S. Mattanza 

Macabre Omen / Gods of War - At War / 2015 / Vàn Records

martedì 20 settembre 2016

LA TOSSE GRASSA. Odi alla TrasHendenza [2011-2016]




Nyarlathotep è tra noi, ed è di Recanati.
Mentre cercavo le parole giuste da metter qua sotto è giunto e abbondantemente passato il Finlandei, giorno consacrato a imperitura memoria al Culto della Tosse Grassa, nonchè al Porcoddio del Degrado, e in concomitanza con il mio decimo articolo su codesto blogghe mi accingo a scrivere quella che è quasi di sicuro la cosa più lunga mai scritta su La Tosse Grassa, bisuntissimo e amorale one-man project di Vanni Fabbri, competente ed onnivoro diggèi marchigiano che 5 anni orsono (addirittura nell'anno 5 Avanti Metalzov!) ha dato inizio a una trenodia cosmica a bassa fedeltà in sei atti, farcita di bestemmie e sarcicce allo sperma, un'opera monumentale che va considerata come unica, e che costituisce anche l'esalogia più significativa e smottante che l'italica musica post-2000 abbia da offrire. Non ci piace farci mancare niente, ballo di mille corpene!, per questo eccoci con la prima monografi(g)a di quella fucina di mattacchioni del Metalzov, dedicata all'organismo più malsano e filosoficamente repellente - a nostro umile avviso - che l'attuale kontrokültüra nostrana abbia da offrire.

Parleremo di campionamenti, mash up, humour nero, blasfemia, ignoranza, italioti medi, birra Moretti, il dio cane, sporcizia, gentaglia togata, Vasco, terroni, incesto, orrore e tanta pedofilia. Ma anche di acume, cultura e vera poesia del Degrado, ideale al quale il nostro novello Baudelaire - o dovremmo dire Budellaire? - si è  consacrato in blocco, anima e corpaccione. Quindi, se ancora non avete intrapreso la via del totale disfacimento spirituale e morale dell'essere umano, lasciatevi catturare dal fascino mefitico di LTG!
Segue una breve trattazione per punti salienti di ogni singola tappa della discografia del Nostro, con una disamina finale per definire ciò che secondo me costituisce il nocciolo della Phänomenologie de La Tosse Grassa. Sono stati volutamente tralasciati dall'esegesi il pezzo Dramatic carota (sulla compi Fresh Start di Roar Magazine, 2013), la compilation autocelebrativa We love Tosse Grassa yeah yeah yeah (2014) nonchè i precedenti lavori dei progetti DJ Smegma e Ca.Pe.Al. se no diomerda 'sta monografia la facevo uscire dalla prostata.
Buona catabasi nella merda, facce di cazzo


Libro I.  TG1
o
"Vedo croce, penso Burzum"

2011, un oggetto lo-fi non identificato comincia a girare sul webbe. Si esprime sottoforma di haiku mongoloidi su basi altrui, martoriate e usate come accompagnamento ai latrati di un laido individuo. TG1, il debut, mostra ciò che Vanni Fabbri è in grado di sfornare con un computer e un microfono di fecale fattura, e dichiara quello che grossomodo farà fino alla fine del progetto (come gli Shellac, in fondo, no?). Un malvagio pastone che disturba tuttora, all'orecchio e ai preziosi cervellini; sottofondi cupi, quasi disossati, schiaffi di bytez freddoglaciali alternati a strombazzate degne della peggio tv anni '90. E il buon Fabbri che dal suo antro ci decanta storie di frocioni borghesi non dichiarati, ganimedi in età da asilo che invocano languidi il cazzo del pretazzo, gente che mangia il cartone (e che al Palio di Siena prenderà fuoco), indie-minkia che ambiscono a dare l'orello a Pierpaolo Capovilla, Yara che ha ucciso il mostro di Lochness, Burzum e...bèh, avete capito l'antifona. Servono nervi saldi e budella adamantine per reggere a una tale carrettata di cattivo gusto, cinismo, violenza, trivialità, razzismo dozzinale, bestemmie e le altre mille amenità che colorano di jjjoia il popolo del diocane italiota.
Esordio al fulmicotone, d'obbligo per approcciare il fenomeno LTG con la dovuta cognizione.
Tra le basi rippate&impastate, tanto per dire: B-52s, John Carpenter, Sigue Sigue Sputnik, Lassigue Bendthaus (porcamadonna), la colonna sonora di Rocky 4.
I titoli? Niente di che, robetta da salone del mobile tipo Lo vuoi nel culo, Sperma d'artista, Esame autoptico e vai così sempre dritto per il Grammy.
"Robuste dosi di cazzo per Nonna" è anche il titolo di una fierissima playlist che da anni persiste sul mio pc e sulla mia autovettura.
L'avete sentito sto merda di disco? BraviH. V'è piaciuto? Vai col 2 e porcoddio


Libro II.  TG2
o
 "Morto un papa se ne viviseziona un altro"

E' il disco che ho avuto nelle orecchie costantemente nel mese emmezzo in cui finii Rogue Legacy un numero dispari di volte. Per me TG2 è quello. Bei ricordi. Dio verro.
Il neofita qui comincia a percepire l'atmosfera pregna di nichilismo e sborra rancida che (s)permea come un'aureola sto carrozzone da lesionati e, se egli è veramente degno di diventare cultista, non tarderà a strapparsi le vesti, rinnegare il falso profeta; d'ora in avanti seguirà unicamente il Verbo del Fabbri (la traccia di apertura, Ti apro il culto, è altresì esemplificativa). In questo grosso grasso sophomore - anch'esso assemblato e mixato casalingamente - l'eleganza la fa decisamente da padrone, le citazioni già si fanno più erudite e audaci, le basi più eterogenee, il missaggio superiore, i pezzi più lunghi, diocan è tutto più! Anche i testi si dipanano e delineano concetti, temi più vasti e compositi (non siamo davanti a un Baffo Arcore, a un Diarrea Sonora o a un mero esercizio coprolalico, per intenderci), cominciando a dipingere un universo lovecraftian-lurido dove, come nelle mitologie a fini incastri del caro Howard Phillips, sembrerebbero albergare tutte le aberrazioni che brucano allegramente il guano della mente del Tossegrasso. Tra le tematiche sviscerate, la sodomia come risposta al sovrappopolamento dilagante, amene scorribande nei cimiteri, l'indignazione per i rastafariani visi pallidi, i negri di Macerata, i bombaroli norvegesi, Barbara Bobulova.
Alcune feature non retribuite: Manowar, Orchestral Manoeuvres in the Dark, Venom, l'inno d'Italia, Rhythm of the night, gli U2.


Libro III.  TG3
o 
"La vita è bella (quella de Benigni)"

Il disco più divertente, colorato e kawaii. Lasciamoci trascinare dal simpaticissimo e trasgry Pol Pot in copertina giù a capofitto in un marasma di risate e budelli variopinti. Probabilmente l'apice indiscusso della discografia, esondante nella grezzitudine dei beat e nella furia coprofagica dei testi, mai così lauti e invitanti. Da Veleno a Marchigian Routine 2 (senza dimenticare la memorabile suite di chiusura che finisce per stuprare pure Katy Perry che le fa tanto bene) il frastuono e la Morte Maligna vi scoppieranno il cranio come un'emorroide avariata; una tavolata trimalcionica di manicaretti degni di un Salò di Pasolini che vi farà sentire insanamente sazi e di buon umore. Impossibile non percepire una certa voglia di mandare affanculo Gualtiero Marchesi e le sue puttanate e correre col mestolo a farvi una bella scorpacciata ai cessi chimici sul cantiere più vicino. Gnam!
Qui poi figura la - ritengo - punta di diamante assoluta del proggetto esaennale del buon Fabbri, Santo subito: Sabrina Salerno, gli 883, la citazione iniziale ai San Culamo...i brividi e il durello a vita, mica cazzi.
Forse l'album che meriterebbe di essere suonato al mio funerale, adattato per ensemble di strumenti tradizionali cinesi e rutti.
Le basi non ve le dico, perchè sarebbe un delitto privarvi del piacere di scoprirle da voi, dio e poi bestia. Dico solo, da Philip Glass ai Dark Angel, da Pupo ai Carmina Burana. E ci vuole del puro genio per mischiare Phantom of the Opera degli Iron Maiden coi Franz Ferdinand (si veda Hanno le manine).


Libro IV.  TG4
o
"Arde il braciere / un nuovo slogan / cerimoniere / porta le Hogan"

I temi trattati in questo capitolo completano la mappa concettuale della carcassa metafisica nella quale bazzica il Nostro. Si filosofeggia di Cthulhu e riti trucidi in vesti quasi post-fantozziane (Tentacoli), si medita sui carabinieri a Nassirya e sulle susseguenti (e altissime) deduzioni in merito alla balneazione (Lutto Nazionale), si fa rivivere ancora una volta il dolce stil novo (Just Cavalle), si disquisisce di violenza domestica (Afoto Patomba) e di alternative intelligenti al welfare (Voglio la pensione), lasciando un posto speciale nel cuoricino per tutti i figli di madre ignota che inneggiano a Vasco o al Duce o peggio ancora alla Juve (Mentalità).
Sul comparto audio, TG4 è superbo. Tecnicamente la tappa più completa; se fino a TG3 ci si sentiva lievemente galvanizzati davanti ai pezzi più groovy, qui sarà un sabba cannibale con reni che ti si spatasciano sul grugno e King Diamond che ti vellica il perineo usando Michael Gira come vibratore. Mai così tanta varietà nelle basi, ci si scaravolta nella bolgia tra Bjork, Type O Negative, il tema di Demoni di Lamberto Bava cioè cioè, Marilyn Manson, Blondie, The Pains of Being Pure at Heart, Deep Purple (Space truckin' dio boiaaaaaaaaaaa), Kraftwerk, Johnny Cash, Arisa, Martin Solveig, Cure, Patty Pravo, Rocky Roberts eeeeeeeeeeeeeeeeeeee non so cosa volete ancora che scende la merda della madonna e vi fa un soffocotto

...ah, vi ho detto che c'è la ballad più figa dello spazio-tempo? Abbassate di pitch Rebellion (lies) degli Arcade Fire, buttateci sopra una colata di Massimo Ranieri e al momento di pathos maximo fate partire il tema di Cannibal Holocaust. Avrete C'ho una persona dentro.
Che poi Ghigliottina e Lanciafiamme su TG3 è anche più toccante, però vuoi mettere Riz Ortolani?


Libro V.  TG5
o 
"Andiamo a vedere le luci dell'impianto di trattamento
                                                                                                            [delle acque reflue]"

Con TG4 le coordinate della poetica sono ormai del tutto tracciate. Forse questo tassello rappresenta la parentesi più pacata del nostro Vate, i testi sono compilativi e rappresentano magari un esercizio di stile - che non sorprende come in passato - sui grandi amori del Maestro: l'immoralità, il putridume, la canzone d'autore o sedicente tale, il sensazionalismo a caz de can (panico e paiùra Adam Kadmon 2, solo uno dei tanti pezzi seriali che si susseguono di album in album), la misoginia e come sempre tante tante tante tante deiezioni; eppure l'immensa giostra di citazioni e fetenzìa sembra funzionare ancora una volta! Vanni qui dedica, molto semplicemente, più impegno nella macerazione degli ingredienti audio e sfiata tutto il contenuto della sua ghiandola pineale in una colossale sburrata di hommages e contrappunti puzzolenti ed eclettici come non mai, componendo il disco più barocco della nidiata. Forse un bello senz'anima, tutt'al più.
A onor del vero, solo per l'intro con Scatman e la presa per il culo a Vasco Brondi sto disco meriterebbe un dolmen intitolato, dio catafalco. 
E nonostante includa il pezzo, a mio modestissimo avviso, più scarso della carriera (Featuring Fedez), io mi ribalto sempre come un lamantino ascoltando Girone della merda, Metanaro o Femminicidio, autentiche perle della poetica LTG, dove si frullano assieme senza ritegno la ost di Assault on precinct 13 di Carpenter, Peter Gabriel, Jannacci, Ligeti, i Goblin. Gode di particolare approfondimento il lato più ermetico ed inquietante della fantasia di Vanni, più oberante che mai: si veda a riguardo Vita : Vermi = Morte : Ideale, gioiellino tutto in stile telegrafico-catecumenal-massonico, che ai più cresciutelli non potrà non far tornare in mente Corrado Guzzanti incappucciato e i suoi cavalieri della Uàllera d'Oro.
Delizia finale, tanto per lievitare ancora un po' il concetto meta-musicale che LTG incarna e deforma come un ritratto di Francis Bacon, ecco servita una recensione di Vanni Fabbri che demolisce il disco di Vanni Fabbri con annessa presa per il culo di Vanni Fabbri a Vanni Fabbri che fa una recensione a Vanni Fabbri. Con sottofondo di Ligabue. Comincio a pensare che uno come LTG non ce lo meritiamo.

A TG5 segue il consueto anno di riposo prima della, a quanto pare, conclusione del "contratto che Vanni ha stipulato con se stesso". Lo sconforto è tanto, si teme una chiusura in sordina, senza un bel gavettone alla salmonella che ci riporti tutti in superficie, un po' più tristi e un po' più saggi, dopo 5 anni d'avventure da cultisti infoiati come baccanti, passati a rimestare vomito e salme di Mike, ad inneggiare a Yog-Sothoth danzando nel catrame a palle all'aria con la maschera di Paolo Bonolis. Si teme che manchi il botto, insomma.
Ma soprattutto, si chiamerà TG6 o Studio Aperto? O...?


Libro VI.  Studio Aperto
o
"Luca era vegan" 

Ovviamente il Porcoddio del Degrado non lo mette in culo ai suoi accoliti, e il finale della cavalcata è da lacrime e scorticamenti di cappelle.
3 parole: l'album-da-rave.
Delirio terremoto traggedia gattini mandinghi Moretti feti alla spina Selena Gomez rabbini pokémon go sborra nei capelli talent schegge di crani Kool & the Gang 4100 Kabobo Sergio Endrigo la macchina del capo ivoriani grassi Funky Town specismo droni i violini di Psycho piramidi di crisantemi i Kaiser Chiefs dioccane labbombatomikaaaaaaaaaaaa-
"e Calcutta?"
"Tutto bene"
nnaggiallamadonna
Poi è scientificamente testato che se un ultras del Lanciano urla "La placenta della madonna" dalla cima di una rupe il mondo si trasforma in un carosello anale di Luca Sardella con David Lynch che viene fistato con la testa da un siluro del Po mentre infila un revolver in culo a Edgar de Gli Aristogatti.
Manco il tempo di acclimatarsi alla pioggia nera di degrado all'ennesima che si è già a Sono io quelli che restano, commiato semplicemente da groppo in gola che non si merita di essere rovinato in questa sede; comunque sia pianti, balordia, strepiti, lancio di cristimorti e bomboniere anali come non mai. La base sfuma. Stavolta siamo davvero alla fine.
...
Studio Aperto è ancora caldo di forno (famo per dire), quindi alla fine ve lo lascio scoprire dai.
Datevi da fare. Piazzatevi nel vostro campo da festa drogata abusiva preferito, piazzate la Saxo coi fari allo xeno, attaccate le casse, fate partire Studio Aperto. E distribuite la birra direttamente nei goldoni annodati, dio maiale.

...bene, la notte oscura dell'anima si è dissolta, una pallida luce torna a riscaldarci ma non sappiamo più bene se è una bella cosa o no. Missa est. E' tempo che LTG diventi effettivamente un culto, e per farlo è necessario che abbia una fine. Almeno per quanto riguarda l'attuale incarnazione, si avverte che il cerchio è chiuso. La trattazione di Vanni sul 'peggio concepibile e realizzabile sempre e comunque' è terminata. Molte parole potrei spendere, e mi ripeterei per l'ennesima volta (e sto articolo lo mollerebbero anche i 2 encefalitici rimasti fin qui), quindi vorrei far il miglior uso degli antichi gridi di guerra: lenire la tristezza per gli assenti amici e trasformarla in rinnovato vigore. Quindi buona chiusura e 
"IN ALTO LE MORETTI PER IL NOSTRO PORCODDIO" (da Degrado blitz)


Epilogo.

Difficile parlare di una direzione, di un progetto, trovandosi davanti a questo poltiglione nocivo di materiale così stridente e disorientante per sua stessa natura. Difficilissimo raccogliere e approfondire ogni spunto che il Fabbri ha lanciato dalla sua chiatta sul fiume Merda; gli aforismi deliranti che compongono questa sorta di insano lunario à la Frate Indovino* paiono vivere di vita propria, ed estrapolarne uno dal contesto equivale a doverli estirpare e denaturare tutti. Questo post voleva essere piuttosto una rapida analisi e insieme un invito all'ascolto (o alla riscoperta) di una voce talmente solitaria nel nostro panorama che sarebbe un peccato lasciarsela sfuggire così, senza aver provato manco una volta il brivido di sentirsi disgustati davanti a questa roba qui.
Ovviamente parlo di disgusto godereccio, la sensazione scuotente e appagante che ci scaturisce dallo osservare quella rara insistenza, quella perseveranza mefistofelica nell'eviscerare mode, costumi, letteratura, fiction, fatti veri o presunti tali e metterne in luce solo la bile, il sangue infetto, il feto con sei gambe, il ributtante, das Unheimliche per essere eleganti, và. Difficile divertirsi tramite il sentimento dell'immorale e del sudicio, oggi, ascoltando un disco. Throbbing Gristle, Squallor, Santarita Sakkascia, Skiantos, Elio dei tempi d'oro, sembrano passati secoli porcamadonna. Eppure oggi, nell'epoca dei Grezzo 2, dei Welcome to Favelas, LTG ha fatto il ruggito più forte. Perchè ci ha dato risate e catarsi abietta (qualcosa che va ben oltre la goliardia, e che, onestamente, poco ha da spartire con essa) ragionando su ambiti davvero tabù, roba da chiodi, su cui potevano permettersi di sparare a zero, chessò, i sopracitati Squallor (ma si parla di altri tempi, per l'appunto).
Radiocappelle dei celeberrimi è 'na cosa; ma ora si prenda la prima strofa di La vita è bella (quella de Benigni) da TG3, nello specifico

questa mattina la bimba ha vomitato
qualcosa di un verde pazuzu
l'altro bambino era un po' ritardato
l'ho affogato dentro il bidet

era il figliolo del curato marrone
a mio marito non gli funziona

o il seguente estratto da Lutto nazionale, TG4

lutto nazionale - ti svegli all'ospedale
ti scoppia la testa, ascoltata troppa musica
ad una festa 70 - 80 - 90 nassiriya
una deflagrazione quanta merda spazza via
bandiere tricolori con lo stemma di salò
bandiere in generale quanto scalda sto falò, oh! oh!

lutto nazionale - tu piangi il generale
io invece vado al mare anche se mi fa cagare

o ancora questo, dritto da Gravi danze indesiderate, TG5

potevi prenderlo in culo come fanno le suore
ma quello sguardo pirata ti ha sborrato nel cuore

darai la colpa alla tequila ed al sesto chupito
ma hai offerto la fica a uno con l'infradito

dicevi che con la gomma non è fare l'amore
volevi solo scopare, hai guadagnato un tumore

feto feto feto feto maligno
nato da un lago di sborra e un altro gruppo sanguigno
con un colpo di reni condanni me all'esistenza
avrò la mia vendetta sarò la tua penitenza

ecco, questa sì che è l'unica roba che potrebbe eguagliare un artista immorale d'altrove del calibro di un Lloyd Kaufman, un Genesis P-Orridge, o un sempreverde John Waters!
L'aspetto incredibile, piuttosto, è quanto poco folto sia il gruppo di pionieri che da noantri abbiano avuto la cazzimma di unire musica, trashume volontario e satira sociale... o quanto poco il pubblico (restiamo in Italia) recepisca male qualsiasi cacofonia di elementi infiammabili che spesso sfrutta il conato di vomito per far discutere o evidenziare altro. Ma mi sto impegolando in un discorso del cazzo, quindi...chiusura!
La forza di LTG sta, a conti fatti, nell'estrema semplicità con cui ti ruba i ricordi più cari e confortanti che ti legano a determinati eventi degli anni che ti hanno formato, ne violenta i cadaveri decomposti e nel mentre ti massaggia il pistulino obbligandoti ad assistere...quindi, nell'acme di confusione & disgustorama orgasmici ti appiccia davanti agli occhi un posterone di Kelly Stafford che mangia lo stronzo di un nano e ti dice "Mo' sborri lo stesso, mmerda!". E così sei marchiato. Quel frammento di canzone sapientemente tagliuzzato d'ora in poi ti ricondurrà sempre a quella serata in cui lo zio Vanni ti ha scopato il cervello coi pezzi di maiale morto e le foto di Amanda Knox ad Abu Grahib.
Le canzoni, dalla hit dei Mondiali dei tempi delle medie fino alla traccia maledetta dei San Culamo ascoltata di nascosto in cassetta, passando per la pubblicità del Maxibon, sono a tutti gli effetti dei momenti che plasmano la psiche e il carattere. E Vanni lo sa. La sua crudeltà sta nell'ammansirti con l'incedere felpato dei suoi miasmi brutal-disco-pop (etichetta che si è autoconferito), talvolta davvero riusciti e quasi ballabili cazzo, per poi darti, così, quando meno te l'aspetti, l'epatite in culo con un motivetto celeberrimo, un brandello di un jingle, un sample banalissimo. Ed ecco che l'escamotage tanto imbelle quanto pavloviano agisce; il dolce ricordo che brillava dai recessi della piccola età dell'oro che vive in ognuno di noi viene istantaneamente rimpiazzato con un facsimile lustro di sborra con la scritta a pennarone ignorante "Post-LTG". E' inevitabile, e chi ha esperito la sua musica capirà al volo. Dopo Santo subito, ascoltare spensieratamente musica di merda come Sabrina Salerno o gli 883, o il prologue di Ghosts 'n' Goblins, o un passaggio di Rossini, o la pubblicità del porcodidio, non sarà più la stessa cosa. Magari dico una banalità, ma una simile forma di espressione (anche se ci limitassimo a valutare le declinazioni del 'demenziale') ancora mancava da noi, qui che pare che dopo i Gem Boy non sia più successo un cazzo. Vanni Fabbri ha, piaccia o meno, portato il mash up à la Neil Cicierega & affini sul nostro suolo, con una buona tanica in più di metallazzo, merdume e olio di semi; non solo, ma ha impreziosito i suoi piccoli mostri con lyrics disturbanti e balzane (e spesso idiote solo ad un ascolto moolto superficiale), forse perseguendo intenti cacopedici o forse dico minchiate, facendo della contemplazione coatta dello sfacelo più desolante e del bulimico ricorso alla risata verde di krausiana memoria le sue lame più affilate.
Oh, ascoltare La Tosse Grassa è invero cosa folle e liberatoria e soprattutto da spanciarsi dal ridere, è impossibile non sentirsi scossi nelle fondamenta sentendo questo bestione marchigiano che sbraita di blacksters, porno gay, papi aspiranti suicidi, idilli alessandrini tra bimbe e bidelli, travoni, ammazzamenti, di mutilazioni genitali, cronache di parlamenti e messe nere, di Cthulhu e lutti nazionali e ragionieri e pentacoli, di Antonella Clerici, dei kebab vegani e delle Hogan. Guarnite il suddetto sabba decameroni-gore con un coacervo di riferimenti multilaterali e genuinamente colti, occhiolini musical-cinefili, porchiddii e rimandi alla pop culture che ha francamente del maniacale.
Almeno nel panorama degli ultimi vent'anni, uno degli assalti creativi più crocchiaossa, devastevoli e - sì, lo posso dire! - squisitamente  P O S T M O D E R N I  in cui si possa sbattere la testa, oltre che fottutamente divertente. Porcomadonna e porcoddio.
Basta, m'è scesa la uàllera, vado a segare il bimbo col flessibile se no col cazzo che ci sta nel Telefunken.
Chiudo.

Il vostro agiografo protocristiano
Zio Carne

[* 6 album, di 12 tracce cadauno, e ognuno di essi è stato rilasciato in occasione di un giorno ben preciso (quello consacrato al Porcoddio del Degrado, per l'appunto); aspetto calendaristico-rituale che rende ancora più malsano il pensiero di LTG come del fulcro di un'accolita druidica misantropa, chiaramente con effetti esilaranti]


Ringraziamenti.  Questo articolo è stato un parto anale triforcuto (ma ci sono stati anche momenti difficli). Ringrazio il Drugo, Gurren Lagann, l'azoto, il mio compare Deadalus che ha suggerito il titolo di questo post, Peppe Scorreggia, Stravinskij, la salsa verde, Giorgio Manganelli, i pokemon tosti e prorompenti tutti differenti (ma je spicciano casa ai digimon), Kendra Sunderland e tutti quelli che me vojono bbène

La Tosse Grassa - TG1, TG2, TG3, TG4, TG5, Studio Aperto / 2011-2016 / tutti fieramente autoprodotti

venerdì 19 agosto 2016

Pleonasmi vol. II, Picchio dal pozzo - Picchio dal pozzo




Ritornano quelli di METALZOV, proprio come di tanto in tanto si fa vivo quello strano amico di papà che insiste per prendere insieme a voi il tè con le bambole, e così non tarda a presentarsi il momento in cui egli è intento a saggiarvi ben bene il budello culare sino alle adenoidi. E chissà perchè nella foga dell'atto bofonchia nomi di vecchi esercenti commerciali della realtà rurale circostante...schiumando dalla bocca...poi ecco che si gonfia in modo grottesco e assume i connotati di un doppelgänger di Pacciani in stile Doctor Who...e ora il suo collo proconsolare purpureo che pulsa e tradisce un colpo apoplettico imminente... Ma ora basta rivangare che mi si è già imbarzottato il capitone, quel che conta è che qui l'orello ve lo speleologizziamo noi, verga d'un dio! Però l'estate è matrona e canaglia, e di macerarsi li zebedei davanti al pc non ha voglia nessuno (l'avete capito perfino voi credo dio schifoso, 2 mesi di assenza totale sono puro lavativismo anarchico), dunque usiamo bene questa breve materializzazione del blogghe per parlare di un gruppo sì bravo, sì figo, sì chiacchierato, sì mantecato, ma a detta mia non abbastanza. Questa seconda puntata della rubrica Pleonasmi, varata del buon Sancio poco tempo fa, vi ricorda che nell'immensità sboroneggiante (ma talentuosa!) del prog italiota c'era UN gruppo di genovesi che ha fatto l'impensabile, un pressochè irripetuto mélange di lunghe suite mesmerizzanti ma tutto tranne kraut-oriented (quasi giocose, anzi), secchiate di tappeti sonici immersivi e eloquenti pur essendo scevri di pornografiche sciorinate di fiati/percussiones/clavicembali/cristocordi/palline anali, e, per completare l'eresia agli occhi del progghista medio.....voilà: testi scemotti, puerili, vere e proprie parole in libertà. Null'altro da dire. Se siete abituati ai panegirici quadridimensionali di (quasi?) tutte le altre band del settore, questo album vi disturberà assai. Oppure sarà una boccata di sanissimo ossigeno,  divertissement puro; sarà come giocare col Big Jim sulle corde di basso di Ares Tavolazzi, di smollare un rutto all'olio d'oliva di fronte a un gorgheggio di Francesco Di Giacomo, come aggiornare il pokedex mentre i Balletto di Bronzo deflorano l'aere circostante con i loro cromatismi sborracrostosi! I Picchio dal Pozzo sono immuni al manierismo (c'è chi ci ha visto un che di Beefheart, di Mothers of Invention, forse di proto-post, e ha visto bene), assai poco affini all'ondata italprogressiva principale, anche - forse - per via del tardivo esordio (1976 dio eunuco!), che li pone di diritto insieme alla Locanda Delle Fate* nell'epopea malinconica, forse riflessiva, à la Sergio Leone del prog italiotico. L'epos e il barocchismo e il multistrumentismo qui cedono la scena a lunghe processioni goffamente cadenzate di piano, squirtatine di xilofono, deliziose fioriture di piatti e qualche effettino qua e là.
Poca affettazione. Un viaggio sonoro per pigri campetti, fossi e macchie di ortiche, ignorando bellamente gli adiacenti massicci dolomitici dove si inerpicano i colleghi virtuosisti incalliti a caccia della scala più audace. Una scampagnata in ciabatte nel boschetto dietro casa, a prender arietta fresca la sera, una volta tanto fuori dalle cattedrali borgesiane del prog 'consueto' (e ad ogni modo sempre fenomenale, s'intende).
La prova su disco che il prog settantiano può fomentare anche senza tempi dispari a rotta de collo e florilegi di contrappunti armonici alla brutto dio. E vi pare poco? Daje allora coi Picchio dal Pozzo, sparateveli pure coi postumi di Ferragosto davanti a una cipollata con le cotiche.
E ricordate sempre che:

Dunque, Rusf è una donna
ovunque Madonna Madonna
allora guarda la palla
finora cavalla cavalla
mango trita carota
fandango Toyota Toyota
Silvan laggiù nella belva
salva selva selva
picchio dal pozzo
boh boh boh

Il vostro falotico
Zio Carne

* dati sicuri provenienti da consultazione dell'esimio Sancio Mattanza

Picchio dal pozzo - Picchio dal pozzo / 1976 / Grog Records

lunedì 27 giugno 2016

50 anni e ancora siamo in esso solo per la moneta! Mothers of Invention - Freak Out! (1966)




Non sono il tipo da ricercare sdrucciolose coincidenze e/o lanciarsi in disamine cabalistiche nello sforzo di trovare inconsueti punti di contatto tra date, anniversari, spegniture di candeline o puttanatine di tal sorta, ma gli anni vanno avanti e mi sto facendo sentimentale. Sarà pur vero che oggi Freak Out! compie mezzo secolo. Sarà pur vero che tra la mia nascita e quella del caro vecchio mandrillone dello zio Frank Zappa ci intercorrono, guarda tu, 50 anni esatti, e passi anche che il Satiro Baffone ha concepito e assemblato questo incommerciabile doppio lp a 26 anni*, e che all'incirca 26 anni più tardi il Generale Prostata se l'è portato via.
Un mucchio di 50 e 26, non trovate? Sentite qui.
26 anni li ho io oggi, mentre scrivo, e neanche a dirlo questo disco tiene testa meglio di me al sedimentarsi delle polveri del tempo e all'avanzare delle tlarìne (termine finemente tecnico della Bassa). Con il mattatore siciliota di Baltimora condivido, oltre a questa strana ricorrenza temporale, un eloquente nasone sopra la media e l'amore per  il pelame facciale, nonchè parte del nome di battesimo (e spero pure la nerchia, a quanto si dice delle virtù del compositore). Ciò che non condivido del tutto con gli zappofili è l'idolatria totale per questo disco in particolare. Ma andiamo con ordine, cari, che già sento il fuoco sotto i calzoni che manco Giordano Bruno.
L'uscita di Freak Out! segna il primo assedio allo status quo da parte dei Mothers of Invention, ensemble disadattata e sopraffina che purtroppo in breve si ritroverà ad essere poco più di un giocattolo sfruttato e bistrattato dal nostro baffuto tiranno, che sempre più li considererà alla stregua di turnisti-mezzadri-puttane da affamare per poi dar loro un ingrato benservito. Checchè ne dica qualcuno, Freak Out! non è il primo doppio lp della storia, e nemmeno della storia del rock (Blonde on blonde di Bob Dylan lo precede di un mesetto abbondante, poi chiaro che i Mothers se lo magnano con gli ossicini e tutto, ma non perdiamo il filo); non è nemmeno mannaggiaapadrepio l'album più rilevante nello spaventevole monstrum discografico che costituisce l'universo zappiano. Non è nemmeno nella mia top 10 delle uscite del mustacchione più velenoso d'Amerika.
Ecco, mò ho detto la bestemmiaccia. Permettetemi però che mi esprima: chi dice che si tratta del miglior lavoro di Zappa non sa quello che dice, oppure fa il furbo sperando di essere l'unico della tavolata ad essere andato oltre Tengo na minchia tanta, o ad aver ascoltato almeno un pelo di lanugine di culo della mole di roba che Uncle Frank ha espulso in poco più di un quarto di secolo.
Ora, dopo tutte le cose brutte che ho profferito sul suddetto disco, perchè rompo i coglioni per dedicargli un post? Semplice. Perchè questo grumo di follia solarizzata è stato, resta e (credo) resterà a lungo un capolavoro fatto e finito. Perchè, al di là dell'effettivo (ed elevatissimo) valore intrinseco dell'opera, da qui deflagra l'allucinante cavalcata che si dispiegherà in quello che di fatto è un inscindibile ammasso compositivo-sovversivo e che si snoda, grossomodo, fino a Uncle Meat (1969), delineando un corpus concettuale totale di 6 album (me cojoni!). E poco importa se, alla luce degli splendori che messer Zappa ha composto in seguito, di primo acchito questo disco pare un'accozzaglia di rumorismi spiccioli, vocine e sboratine weird-beatnik. Questo esordio è un diktat, è il semaforo verde per tutti i freak in ogni loro accezione; da quel giorno gli strambi, gli sbagliati rinchiusi nelle soffitte coi loro dischi monghi e i bragoni a scacchi hanno capito che non erano i soli a non andar bene a nessuno e, nonostante tutto, a ridersela di gusto; ecco perchè a mio avviso il NON adorare incondizionatamente Freak Out è non solo lecito ma necessario, oltre che perfettamente in linea con la filosofia dei Mothers, che già nel '67 sfottevano sagacemente gli hippie, la psichedelia oberante, la mania per i Beatles e in generale chiunque fosse portato al prostrarsi facile a ciò che facesse tendenza e/o fosse dotato di uno scarso senso dell'umorismo (atto d'acume di difficile comprensione soprattutto nel fervore alternativo di quegli anni). Questo è il seme dello Zappa-pensiero, e a quanto pare un mezzo secolo non basta per rendere questo punto ben chiaro.
Cosa debbo dirvi sullo Zappone per illustrarne al meglio lo spirito? A 26 anni Frank si era già ammogliato e divorziato una volta, fumava come un altoforno da almeno due lustri, aveva strimpellato la batteria in un gruppo di pachucos con delle facce da ergastolani, si era spaccato di Edgard Varèse sin dalla tenera età e gli aveva pure telefonato con i cinque preziosi dollari ricevuti per un compleanno, aveva mandato a fare in culo in un colpo solo spaghetti e cattolicesimo dicendo che non facevano per lui (per metà son d'accordo dio faust), si era dato al barbonaggio vivendo per quasi un anno in uno studio di registrazione e rubando in giro pane e sigarette per sopravvivere, si era (quasi) fatto saltare in aria i coglioni con la balistite, aveva passato le meglio giornate disquisendo del suo amato rhythm & blues con il futuro porcodidio di Captain Beefheart, era stato pure al gabbio per aver composto colonne sonore di pornazzi made in Cucamonga (reato federale in quel tempo e luogo), si era già pigliato la gonorrea almeno una volta, aveva interamente trasorformato il suo alloggio in una scenografia per un film di fantascienza mongoloide a budget zero e ci aveva vissuto così com'era per un annetto o giù di lì, in una notte aveva conosciuto e sedotto la futura seconda moglie Gail (discreto pezzo de fémmena perdipiù) nonostante fosse un cazzo di cristone denutrito che non si lavava da grossomodo 4 mesi e coi baffi che sapevano di burro d'arachidi...
E potrei dirne altre, e solo per quanto riguarda lo Zappa pre-Freak Out. Ma alla fine ritengo che Zappa vada scoperto come i rasponi: da soli, adagio, come qualcosa che inconsciamente si crede non vada fatto ma che attira misteriosamente, e soprattutto nella massima comodità.
Ad ogni modo, penso che sia passato il concetto che questo tizio qua era dinamite a trenta chilometri di distanza, questo pisciava in culo con l'imbuto a chicchessia, niente cazzi.
Ecco, dentro questo zuppone di Freak Out si respirano un po' tutti quegli aromi dell'essere uno squisito outsider tra gli outsider e, fidatevi, in questa scodella c'è di che lordarsi il grugno. Chissenefotte se è uno dei tasselli zappeschi che riascolto meno volentieri, è comunque un imprimatur che conta pochi suoi pari all'interno del contesto culturale sessantiano tout court, e questo merito va oltre il semplice 'essere un disco fondamentale'.
L'esordio discografico più audace, farlocco e scalcinato della storia oggi compie mezzo secolo, e io sacrifico un bel vitellozzo alla sua memoria. Fumate, chiavate, lamentatevi e praticate la misantropia, al buon Frank farebbe un gran piacere.

Il vostro lontano parente del Thing-fish
Zio Carne

[* in realtà i 26 li doveva compiere a Dicembre, però suggetemi anche un po' il banano]

Mothers of Invention - Freak Out! / 1966 / Verve Records - MGM Records

venerdì 10 giugno 2016

Propongo un brindisi al mio autocontrollo

Scusate la mia lunga assenza, amici e nemici. Il problema è che entro ed esco dal carcere in continuazione e là non mi permettono di utilizzare un computer, tantomeno internet. Perciò…
Oggi mi farò perdonare. Parlerò di un gruppo il cui nome è tutto un programma, come si suol dire.
MORPHINE
A parte essere una delle mie sostanze preferite con la quale solitamente faccio del dolore un piacere, è anche il nome di un gruppo formatosi a Boston nel ’90. La particolarità di questo trio è racchiusa negli strumenti utilizzati e, di conseguenze, dalla musica che ne esce.
La formazione vede infatti il contributo magnifico di un basso senza tasti e a DUE corde (GENIALE ORCO DIO!!!), sax baritono e batteria.
Vedete, non possiamo imprigionare i Morphine in etichette quali Low Rock o quel che volete, come qualche figlio di buona donna ha cercato di fare. Lo stesso frontman, Mark Sandman, alle varie domande giornalistiche stile Qual è il vostro genere? rispondeva con riferimenti surreali e apparentemente senza senso come Baritone Exprience (in riferimento a Hendrix) o Grunge Implicito. E io dico... Quanto CAZZO era geniale? CAZZO. E sfuggente. Forse una delle poche persone che non aveva tutto ‘sto bisogno di definirsi con etichette.
Possiamo comunque supporre, per facilitare le cose, che l’utilizzo del sax baritono dà ad alcuni pezzi l’aria elegante del jazz, ma che il basso da parte sua spazza via con i suoi slide tutti i virtuosismi-cagata che ci si potrebbe aspettare dal jazz con delle grattate blues prolungate sfumatamente dalla voce calda e piuttosto malinconica di Sandman.
L’album che vorrei consigliarvi è Cure For Pain comunque. Uscito nel ’93. Tredici tracce. La prima direi che è un’apertura perfetta. Rispecchia paesaggi desolati, che ne so, vecchi tristi e sdentati, bambini feriti, faccio vagare la mia fantasia malata fin a che… non inizia la seconda e meravigliosa traccia, la mia preferita dell’album: Buena. Suadente, compare la voce di Sandman, molto dinamica, mai cattiva e con parole pronunciate in modo strano, come se avesse i denti scheggiati. CHE FIGATA È?! E poi, nel rit. il sax fa un giro veramente sfacciato che riempie il pezzo di personalità senza eccedere e senza coprire mai la batteria, talmente leggera che sembra che Deupree la stia suonando con due stuzzicadenti.
I’m Free Now, pezzo che trovo onesto e trasparente. Soave… Come se fosse stato fatto per danzarci sopra fino a che non inizia All Wrong, che merita già solo per come inizia, con She had black hair like ravens crawling over her shoulders. FIGATA MAESTRA.
Candy, canzone ipnotizzante. Il sax che segue la voce, la voce che segue il sax. Ascolti questo pezzo e non capisci più niente.
A Head With Wings, Sandman era convinto di avere una testa con le ali e di vedere lontano. Aveva ragione a quanto pare. Ridondante ma non stancante il giro di basso, canzone alleggerita dall’assolo di sax e poi Sandman che torna a sostenere di avere la testa con le ali. Chiusura degna di nota, da locale jazz per grandi signori segretamente viziosi.
In Spite Of Me, FIGATA COLOSSALE. E qui compare il signor mandolino che rende il tutto adorabile e leggero. Sembra di volare insieme a Peter Pan nei cieli sopra l’Isolachenonc’è. Tenerissima questa canzone, mi fa VERAMENTE rammollire.
Thursday è la seconda mia preferita anche se… come dicevo In Spite Of Me è veramente BELLA. In Thursday il basso è talmente grattante e cattivo che te lo fotteresti (nel senso che volete voi). E la chiusura ragazzi è l’apice orgasmico che non ci si aspettava, come se i Morphine avessero perso ogni briciolo di pazienza e avessero deciso finalmente, dopo innumerevoli Thursday Thursday Thursday, di venire. Il sax che impazzisce diventando acutissimo e il basso che chiude come una tempesta quello che è sicuramente il pezzo più sexy dell’album.
Eeeeeee inizia così la traccia che dà il nome all’album, nonché quella che contiene una delle frasi più figherrime di tutti i tempi, I propose a toast to my self control. Questo pezzo forse è il più malinconico, sia nel testo che negli pseudo arpeggi eseguiti dalle dita calde di Sandman sulle sue adorate DUE corde. Bello l’effetto stonatissimo nello stacchetto pre-rit.
Mary Won't You Call My Name? pezzo musicalmente allegro, con una vena country. Solo a me ricorda un po’ Elvis quando la musica si ferma, eccetto il charleston, e Sandman ripete Mary Won't You Call My Name?
Let's Take a Trip Together, suadentissimo pezzo. Sembra di sentirlo in lontananza, anche se te lo spari nelle orecchie, dio cane. Che magia. Mi piace assai questo pezzo. Quella specie di bending che Sandman fa con il basso è come un rintocco incessante che ti accompagna mentre cammini con la tua croce sulle spalle… O con la scimmia, dipende da come uno prende la vita. Questo pezzo mi uccide. È BELLISSIMO. Voce ecoica… Sospiri… Sandman sicuramente sa come fare a portarsi a letto una o più donne.
E poi parte Sheila… che sembrerebbe parlare di una che si chiama Sheila e ha un gatto su cui esercita un grande potere. In realtà sospetto ci sia sotto ben altro. Pensateci, stronzi! Mica vi devo dire sempre tutto io.
E alla fine arriva Miles Davis’ Funeral. Minimale. Con la comparsa delle percussioni. Di una delicatezza infinita. Il disco così come è partito se ne va in modo fugace lasciandoti, devo dirlo, l’amaro in bocca. Un po’ ti ammazzeresti, perché è bello. Perché è suadente (oggi sto chiaramente abusando di questo termine). Perché è sensuale. Perché è triste. Perché è.

Ascoltatelo e non uccidetevi. Dovete prima ascoltare anche gli altri.

P.S. Sarebbe stato troppo banale parlarvi della fine dei Morphine. Ma sappiate che è una gran fine.


Con varia ed eventuale morphina in corpo,
Ljapah sfuggita alla gattabuia




Morphine – Cure For Pain / 1993 / Rykodisc



giovedì 2 giugno 2016

Pleonasmi vol. I, Pierrot Lunaire - Pierrot Lunaire



Beh beh beh, una volta in Italia si sapeva suonare, ed è anche una considerazione del menga dato che anche oggi si sa suonare. Più difficile è contestare che gli anni '70 siano stati un periodo godereccio per questo paese, però sinceramente non mi tira il culo di elencare alla rinfusa la pletora di gruppi di qualità sbocciati in quel decennio, fate vobis. Questo disco è stato recensito urbi et orbi da gente molto più competente di me, sulla rete e sulla carta (Gaboli e Ottone, 2007), quindi che posso dire? Mancano quasi le percussioni, il che contribuisce a renderlo un lavoro molto dolce e fiabesco, insieme agli stupendi dialoghi tra synth, piano e chitarre acustiche. Poi grazie alla nerchia del Roberfrìppo* che è un gran bell'album! la roba più moscia di allora fa sembrare la roba di oggi stallatico al gelsomino.

In mutande, con un'erezione settantiana
Sancio Mattanza

* v. catabasi e anabasi dello Zio due recensioni fa

Pierrot Lunaire - Pierrot Lunaire / 1974 / It

"Hana mana ganda / Perchè lui dice augh?" Nechochwen - Heart of Akamon


I pellerosse mancavano, devo dirlo.
A voler essere fiscali c'era già stato qualche tentativo, ma al momento mi vengono in mente solo i Blood of the Black Owl usciti sempre sotto Bindrune Recordings (la stessa che ora ha sotto contratto i Panopticon) e i precoci – orpo, era il '92! – Xibalba, che però cianciavano di Maya e affini. 
Ero partito ben disposto nei confronti di quest'album per via di un entusiastico commento, letto chissà dove, di A. Lunn (il signor Panopticon) il quale deve aver disegnato anche il logo dei Nechochwen. Beh, in effetti il nostro duo, oltre a saper scegliere una copertina, dimostra una padronanza notevole nell'accostare un folk (non così spiccatamente indiano, invero) e un black assai brioso e mai anusofsatancvlt. Le sonorità non sono innovative se si vuole, ma hanno una freschezza di composizione e arrangiamenti notevole. Grazie a repentini passaggi tra un movimento musicale e l'altro Heart of Akamon si conferma come un disco particolarmente riuscito, che se mi son disturbato a recensirlo vorrà pur dire qualcosa dio efebo.
Entriamo un poco di più nel merito della musica: a uno scream dignitoso si accostano un cantato pulito e cori vari che strizzano l'occhio ai fasti norvegesi, il che non guasta mai; le chitarre, – degne di nota – a volte hanno accenti che ricordano quelle dei Drudkh, come nel riff che parte verso la metà di "Lost on the Trail of the Setting Sun", altre volte si avvicinano ai lavori degli Agalloch o dei Panopticon, ottenendo tuttavia dei risultati originali; la batteria ha un'architettura armonica, niente blast beat a cazzo di cane nascosti dietro ogni angolo, ma quello che ci vuole quando ci vuole. Sporadicamente compare pure un flauto costipato (altri direbbero "minimalista"), ma considerando che lo suona il chitarrista cantante compositore glielo si può condonare come peccatuccio veniale. 
Menzione di merito va ai testi, assai pregievoli, incentrati su cultura e peripezie varie dei nativi americani. Nel libretto ogni canzone ha il suo bel spiegone, che in genere se lo potessero ficcare nel baugigi, ma stavolta no, ci sta, come una ghirlanda di scalpi all'entrata di un tepee.
Tirare le somme è semplice. Heart of Akamon si affida a un tema in larga misura innovativo per il black (anche per quello made in Cascadia) e lo sviluppa bene, seguendo una parola d'ordine: varietà. Ed è difficile stufarsi di andare su e giù per le rapide di questo album, intervallate da trip sciamanici e assalti a rotta di collo ululando a Manitù.

Danzando intorno al fuoco con Giglio Tigrato, il vostro
Sancio Mattanza

Nechochwen / Hearth of Akamon / 2015 / Bindrune Recordings